Vangelo Secondo Luca

Seguono qui alcuni passi tratti dal libro di commento al Vangelo Secondo Luca


 


La pesca miracolosa. Il lebbroso guarito. Gesù che prega.
In questo commento don Dolidno si rivela particolarmente profeta,
specie
nella parte dove prefigura la richiesta di perdono per i peccati
della chiesa che Giovanni Paolo II ha recentemente compiuto.



« Un giorno mentre le turbe si affollavano intorno a Lui per ascoltare la parola di Dio ed Egli se ne stava presso il lago di Genesaret, vide due barche ferme in riva al lago, dalle quali erano scesi i pescatori per lavare le reti. E, salito su di una barca che era quella di Simone, lo pregò di allontanarsi un poco da terra. E stando a sedere si mise ad ammaestrare le turbe dalla barca. E finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e calate le vostre reti per la pesca». E Simone gli rispose: «Maestro, pur avendo lavorato tutta la notte, non abbiamo preso nulla; però sulla tua parola getterò la rete». E fatto che ebbero questo, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero segno ai compagni che erano in altra barca che venissero ad aiutarli. E vennero, e riempirono tutte e due le barche, al punto che quasi affondavano. Veduto ciò Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Allontanati da me, Signore, perché io sono uomo peccatore». Egli, infatti, e quanti si trovavano con lui erano rimasti stupefatti per la pesca dei pesci che avevano fatta, e lo stesso era avvenuto a Giacomo ed a Giovanni, figliuoli di Zebedeo, compagni di Simone. E Gesù disse a Simone: «Non temere, da ora innanzi sarai pescatore di uomini». E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguirono. »


La pesca miracolosa

Gesù Cristo volle mostrare a Simone ed agli altri tre Apostoli, chiamati sulle rive del lago, che Egli era provvidenza bastevole a sostentarli, e volle nel medesimo tempo preannunziare la pesca miracolosa di anime che avrebbe fatta la Chiesa nel grande trionfo del suo Regno, e perciò ingiunse a Simone di prendere il largo e gettare le reti. Da esperto nell'arte sua Pietro sapeva che non c'era speranza di pescare nulla, dato che per tutta la notte, ossia nelle ore più propizie, aveva invano gettato le reti; però la sua fede s'era rinnovata per la vicinanza di Gesù ed alla luce dei suoi insegnamenti, e senza esitare, nel Nome suo, gettò le reti.

Immediatamente i pesci riempirono la rete in tanta copia, che quasi si rompeva; ed egli, che era forse in compagnia di Andrea, fece con lui segno all'altra barca dov'erano Giacomo e Giovanni, perché li avesse aiutati; essi, remando di gran forza, si accostarono e, raccolti i pesci, riempirono le due barche che quasi affondavano.

La fede di Simone a quel miracolo si risvegliò in pieno; egli era ritornato alla barca ed alle reti perché aveva creduto imprudente non avere un cespite certo di guadagno, ed ora constatava che Gesù poteva non solo sopperire alle sue necessità, ma poteva farlo con abbondanza; sentì tutta la propria ingratitudine e la propria miseria e, gettatosi alle ginocchia di Gesù, che era seduto sulla sponda della barca, esclamò: Allontanati da me, perché io sono uomo peccatore. E voleva dire: Tu mi hai chiamato, mi hai promesso di alimentarmi anche corporalmente, ed io ho dubitato di Te, ed ho creduto che valesse più il mio posto di pescatore che la tua Provvidenza; lasciai tutto per Te, e con volubilità sono ritornato non tanto alla mia barca, quanto al mio mestiere, rifiutando praticamente la tua chiamata; non sono degno che Tu mi accolga con Te, allontanati, stai in cattiva compagnia, io non sono che un peccatore.

Anche gli altri compagni di Pietro furono presi dai medesimi sentimenti, perché anch'essi avevano diffidato della divina Provvidenza. Ma Gesù, pieno di bontà, rivolto a Pietro singolarmente perché a lui principalmente aveva voluto dare la lezione, e perché egli era il più addolorato, disse: Non temere da ora innanzi sarai pescatore di uomini. Tutti allora, tirate in secco le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguirono definitivamente.

Dopo la notte dell'apostasia, la barca di Pietro si riempirà di pesca miracolosa.

Gesù Cristo aveva rinnovato la fede dei primi quattro suoi Apostoli, ma aveva anche annunziato la pesca miracolosa di anime che la Chiesa avrebbe fatta negli ultimi tempi. I secoli penosi della Chiesa sono stati secoli di raccolta, senza dubbio, ma le anime conquistate, di fronte a quelle sfuggite alla rete amorosa, possono dirsi quasi nulla. La grande maggioranza del genere umano, non fa parte neppure di nome del suo gregge. Nell'apostasia, poi, delle nazioni, alla quale noi stessi assistiamo, la raccolta è anche minore. Ma la Chiesa non muore, ed il suo apostolato non può essere vano.

Verrà Gesù con grazie particolari, insegnerà dalla barca di Piero, spargendo una luce più intensa sulle eterne verità; il Papa prenderà il largo, cioè aprirà il cuore ad una grande fiducia e andrà verso le nazioni nel Nome suo divino. Ecco, il Papa getterà le reti...
La pesca sarà grande...
Ma non e solo la barca di Pietro che la raccoglie; c'è anche la barca di Giovanni, il discepolo dell'amore, poiché, se il Papa chiama nella rete le genti, l'amore le raccoglie in un solo ovile, e l'amore viene ad aiutare l'apostolato mirabile del Papa.

Allora ci sarà un regno di grande umiltà, e come S. Pietro si confessò peccatore, così non si esiterà, per la gloria di Dio, a riconoscere i propri torti, a cancellare i tristi ricordi di passate prevaricazioni, ed a riunire il mondo in un soavissimo abbraccio di perdono.

Questo non è un sogno o una fantasia; è la grande speranza della Chiesa, specialmente in questi tempi di apostasie e di amarissime prove. Si è troppo confidato negli uomini, si è troppo sperato nella loro lealtà, e si sono gettate le reti nella notte, senza Gesù, nella speranza di un successo più umano che soprannaturale, nella fiducia di accrescere col prestigio umano le proprie possibilità ed il proprio ascendente. Tutto questo non ha fatto pescare le anime, e la notte è passata agitata dai flutti, con nessun frutto di conquista.

Bisognerà gettare le reti in pieno mare, quando meno si ha fiducia di raccogliere, con grande abbandono in Gesù, Re universale dei secoli; ed allora la rete si colmerà e la Chiesa sarà nel suo vero trionfo, che è amore.

Due barche si trovavano in mare

Due barche si trovavano in mare, ma quella che raccolse la grande moltitudine di pesci fu la barca di Pietro. La barca di Giovanni era in alto mare, lontano, ed aiutava forse a distendere la rete. E’ sempre e solo la Chiesa che raccoglie le anime nella rete dell'amore, perché solo la Chiesa ha la grande missione della salvezza delle anime. Gesù Cristo lascia infruttuose le iniziative private, anche quando sono ispirate dalle migliori intenzioni; è, dunque, sempre necessario in qualunque opera santa il controllo e la benedizione della Chiesa.

Non si potette raccogliere il pesce senza l'aiuto ed il concorso della barca di Giovanni, perché la grande quantità di pesci minacciava la rottura della rete e l'affondamento della barca; anche questo è simbolico, e ci richiama alla mente una grande verità: la conversione dei popoli costituirà tale ressa per il centro della Chiesa, che potrà apparire come una minaccia alla stabilità della sua disciplina.

La carità, allora, e l'amore di Dio renderanno possibile l'armonia, ed invece di moltiplicarsi le pratiche burocratiche dei dicasteri ecclesiastici essi saranno diminuiti per la carità; la barca di Giovanni così affiancherà quella di Pietro, e l'unico ovile numerosissimo sarà in perfetta armonia.

La preoccupazione delle anime sarà una sola: Seguire ed amare Gesù, e per un periodo di tempo le cose temporali avranno poca importanza, passando, come è doveroso e logico, in secondo luogo nelle attività della vita. Attualmente si cerca prima il sovrappiú e lo si cerca come parte principale; il regno di Dio e la sua giustizia sono riguardati come secondari; allora invece il regno di Dio sarà l'aspirazione delle anime, e produrrà, per giunta, anche la prosperità temporale. Non è questa una profezia, ma è l'aspirazione della Chiesa, ed è la speranza viva delle anime che cercano Dio solo sopra tutte le cose.

La guarigione del lebbroso.

I poveri infelici, che erano ammalati di lebbra, non potevano aver contatto alcuno col mondo civile, e poiché la loro malattia era quasi sempre inguaribile, vivevano nella più terribile desolazione. La carità cristiana, pur appartando i lebbrosi, non li abbandona, anzi li circonda di amorosissime cure, ma in quei tempi questi infermi erano abbandonati senza speranza alcuna. Un lebbroso che aveva sentito parlare di Gesù accorse a Lui con piena fiducia, e, fattosi ardito, si prostrò ai suoi piedi supplicandolo in una maniera nuova: Signore, se vuoi, puoi mondarmi. Riconobbe in Lui una potenza divina, poiché fece appello alla sua volontà; solo Dio può ciò che vuole. Facendo appello alla divina volontà di Gesù, non domandò esplicitamente la guarigione, ma si abbandonò alla sua misericordia, ed attese che Egli stesso avesse giudicato l'opportunità o meno di esaudirlo.

Era dunque una preghiera fatta con viva fede, ed alla fede era unita l'umiltà più profonda, poiché egli supplicava bocconi per terra. All'avvicinarsi di quel lebbroso la gente s'era istintivamente allontanata, temendo qualche contatto contagioso. Gesù invece distese verso di lui la sua mano, e toccandolo disse: Lo voglio, sii mondato. All'istante la lebbra sparì, e quel poveretto si trovò completamente sano.

Fu un momento grandioso che trovava riscontro solo nella creazione del mondo, quando Dio, per il suo Verbo, con una parola che era l'espressione della sua Volontà, creò tutte le cose.

Egli, infinitamente buono, si degnò toccare l'umana infermità e, per rinnovare la sanità in quell'uomo, sospese la sua volontà creatrice sui germi patogeni che infestavano il suo corpo, e li annientò; volle richiamare alla vita i tessuti che s'erano consunti ed essi si ricomposero all'istante; nel breve tempo nel quale pronunziò le sue parole onnipotenti, apri il baratro del nulla per il malanno, e ricompose la carne disfatta.

Dove si fermò la mano divina di Gesù nel toccare il lebbroso? Se egli stava prono per terra dovette toccarlo sul capo, per fargli cenno di alzarsi. Lo toccò perché volle mostrare che la sua infinita carità non disdegnava l'umana miseria, e nel toccarlo effuse in lui la sua potenza. Il povero infermo, liberato in un istante dal suo terribile male, si levò', ed istintivamente fece per correre verso la moltitudine che s'era allontanata, per magnificare la grandezza di Dio; ma Gesù non glielo permise, perché per rientrare nell'umano consorzio egli aveva bisogno della dichiarazione del Sacerdote, secondo la Legge. Gl'ingiunse perciò di mostrarsi al Ministro di Dio, e di fare l'offerta prescritta (Lev. XIV, 10, 21), per rendere testimonianza del miracolo ottenuto. Certo Gesù avrebbe potuto permettere al lebbroso di rientrare nel consorzio umano; ma Dio non prescinde mai dall’Autorità, ed esige che ci sia sempre un suo Ministro, mediatore tra noi e Lui.

La lebbra del peccato

Quel lebbroso non era semplicemente un infermo, ma rappresentava l'umana infermità e specialmente la lebbra maledetta del peccato.

Il povero peccatore si macchia e si deturpa perché dissente dalla divina Volontà; per guarire deve andare a Dio e rimettersi novellamente al suo Volere. Dio stende verso di lui la sua mano misericordiosa, lo accoglie e gli perdona appena egli si pente con vero e perfetto dolore, ma non gli concede di riguardarsi come giusto e risanato, se non si presenta al Sacerdote, e se non rende a lui testimonianza delle proprie colpe e del proprio pentimento confessandosi. L'offerta del penitente non e quella di un agnello o di colombi; è l'offerta del suo amore a Dio, e questo dono deve passare per le mani sacerdotali.

Noi non vediamo di quale orribile lebbra ci ricoprono le nostre colpe, e per questo portiamo con indifferenza la nostra immondezza spirituale. Non vediamo quale lebbra c'insozza quando dissentiamo dalla divina Volontà, e per questo stentiamo ad uniformarci alle sue disposizioni, stimando più utili per noi i nostri miseri disegni.

Confidiamo perciò in Gesù e diciamogli con tutta l'anima, unendoci alla sua Volontà: « Mondami di ciò che è mio, toccami colla tua mano divina per risanarmi, e fa che io voglia solo ciò che vuoi tu ».

Gesù si ritirava in luoghi solitari per pregare

Il Sacro Testo soggiunge che la fama di Gesù si diffondeva più che mai, richiamando intorno a Lui gran turba di popolo, che andava per ascoltarlo e per ottenere la guarigione delle sue infermità.

Ma il Redentore, pur essendo tutto a tutti e pur prodigandosi senza risparmio, si ritirava in luoghi solitari per pregare. Egli così ci insegnava che le opere dello zelo e della carità non debbono distrarci dalla preghiera, senza la quale miseramente s'isteriliscono ed inaridiscono completamente.

Pregava Gesù, ed in che modo? Se Egli era Dio: in qual modo poteva pregare? Era Dio ma era anche vero uomo, e pregava come Eterno Sacerdote, come vittima e come Mediatore; come Sacerdote offriva al Padre Se stesso in un sacrificio perenne, e si donava qual vittima di amore. Il suo Cuore era un olocausto, il suo corpo un sacrificio continuo, perché continuamente caricato delle nostre iniquità; Egli era come candelabro acceso, per lo splendore dei suoi pensieri, era altare di profumi per le amorose espansioni del suo amore, era come mensa dei pani della proposizione, perché già pensava di essere per gli uomini il Pane vivo che doveva alimentari.

Egli era Tempio di Dio, il vero Tempio, ed essendo vero Dio per l'unione ipostatica, aveva in Sé il Santo dei Santi, come, essendo vero uomo, era, per così dire, l'atrio del popolo eletto ed il vestibolo delle genti. La sua preghiera era come l'insieme delle funzioni del Tempio nel senso più alto della parola, ed Egli riconciliava così l'uomo con Dio.

Andava in luoghi solitari per non farsi vedere, ed anche per nostro esempio; dominava il suo corpo nelle sue imprescindibili esigenze, e si levava in estasi contemplando la Divina gloria, ed amando con lo stesso divino Eterno Amore. Egli era mediatore tra l'uomo e Dio.

Gesù non poteva non riguardare le umane infermità; le aveva tutte presenti, e la sua orazione era anche un'agonia di amore e di riparazione. Pregando incorporava a Sé tutti gli uomini, e li presentava al Padre in Se stesso come sua discendenza e sua figliolanza; il suo Cuore s’inteneriva e s'effondeva in grandi espansioni di misericordia. Anche noi, quando preghiamo per gli altri, li riguardiamo come una cosa con noi, e li presentiamo a Dio nell’attività della nostra vita spirituale; ma Gesù, pregando per gli uomini, li incorporava in Sé, e li presentava al Padre ammantati dei suoi meriti divini, accumulando per essi tesori di grazie.

Gesù orante: una lampada eterna innanzi al Padre.

Solo, prostrato innanzi al Padre, con le braccia aperte e lo sguardo al Cielo, Gesù pregava. Era uno spettacolo degno di Dio, come Verbo Eterno, conoscenza del Padre, luce da luce infinita. Egli era come lampada eterna innanzi a Lui.

Come la luce manifesta le bellezze delle cose così Gesù Cristo manifestava le bellezze di Dio. La Chiesa conserva un perenne ricordo di questa caratteristica della preghiera di Gesù, nella lampada che accende innanzi al SS. Sacramento. Quel piccolo lume fa risaltare la bellezza dell'Altare, e parla dell'ineffabile amore che silenziosamente arde nel santo Ciborio; esprime in un simbolo delicato la realtà infinita del Verbo Eterno, luce del Padre, e la realtà del Verbo Umanato vittima che perennemente arde e si consuma. Raccoglie l'anima nostra nella fede, che è conoscenza di Dio, e l'accende di tenero amore; non è un semplice lume, ma è un complesso di cuori accesi innanzi all'amore che si dona.

Ogni vibrazione di quella luce esprime la vibrazione di un'anima, ogni efflusso dell'olio verso la fiammella esprime il rifluire della vita verso Dio, accendendosi di amore e consumandosi di carità; ogni crepitate tranquillo della placida luce esprime la trepidazione della carità interiore.

La lampada, posta dalla Chiesa, non è muta, ma è la rappresentanza della Chiesa, generata dal Redentore e sua glorificazione perenne. La lampada! L'orante fiammella, tutta chiusa nel suo vasello avvolto di pace nella placida umiltà dell'olio, liquido silenzioso espresso dall'immolazione dell'uliva nel torchio. La lampada! Piccolo cuore

vibrante, che esprime la circolazione di una vita che è fiamma e di una fiamma che e olocausto. Simbolo dolce del sangue della nostra vita di orazione, che scorre placido nell'unzione della grazia, rifluisce nell'intelletto e lo illumina, nel cuore e lo accende, nella vita e la immola, diffondendo interno calore di carità e tenerezze di bontà.

La lampada! Piccola pellegrina solitaria del Tempio di Dio, che non attinge nulla da altri, ma ha bisogno solo dell'amore di un'anima che la rifornisca; sospesa, abbandonata, poverella, piccola, piccola, difesa dal vento, la cui folata la spegnerebbe, tutta di Gesù, solo per Lui, eppure tutta per chi innanzi a Gesù prega e si dona.

Così era Gesù orante: una lampada eterna innanzi al Padre, una luce accesa nel pellegrinaggio terreno per indicarci le vie del Cielo, un'effusione di carità dal suo Cuore, un rifluire di grazie e di benedizioni, una continua immolazione di amore. Pregava per noi, pregava per l'opera sua, e compiva nel silenzio quello che la stessa carità gl'impediva di compire nei cuori.

Egli guariva, consolava, soccorreva tutti quelli che andavano a Lui, ma doveva provare una grande pena nel constatare in mezzo al popolo la ressa per i benefici corporali e l'indifferenza per quelli spirituali. Elargiva la sua carità, ma sentiva il bisogno di effondersi nei cuori e pregava.

La grande preghiera che c'insegnò, in fondo, era la sua preghiera: si rivolgeva al Padre, lo glorificava, ne preparava il regno fra gli uomini, si univa alla sua Volontà offrendosi, e domandava per gli uomini la misericordia nella vita del tempo, il perdono per la vita eterna, e la grazia per poterla raggiungere attraverso le lotte e le prove del pellegrinaggio. Il suo Cuore di vero Figlio di Dio, poi, sentiva il bisogno d'effondersi nel Padre, e pregava tra immense tenerezze di amore. Tutte le elevazioni mistiche dei Santi sono nulla di fronte a quelle della santissima anima di Gesù nella sua orazione: essa contemplava, amava, si univa al Padre, ed era in una continua intimità con Lui, glorificandolo coi canti sublimi delle sue lodi sostanziali.

L'Eucaristia, la grande scuola della nostra orazione.

Qual esempio per noi che siamo pellegrini in terra, che abbiamo estremo e continuo bisogno della grazia, e preghiamo così poco! Quale esempio vivo, che si rinnova per noi ogni momento nella SS. Eucaristia! Si può dire senza esagerazione che Gesù Cristo come Pane di vita ci nutrisce, e come prigioniero di amore nel Santo Tabernacolo prega e c'insegna a pregare.

L'Eucaristia è la grande scuola della nostra orazione, e per questo le anime profondamente eucaristiche sono anime di grande preghiera. Basta concentrarsi innanzi a Gesù Sacramentato con fede e con costanza, per imparare da Lui a pregare. Egli ci vivifica ed insensibilmente ci orienta a Dio; a poco a poco ci illumina, ci riscalda, e ci rende capaci di parlare a Dio. Il silenzio che lo circonda è una scuola di silenzio interiore per noi, è la pace che Egli diffonde d'intorno, ci abitua alla serenità ed all'abbandono in Dio, indispensabili per la preghiera.

L'anima innanzi a Gesù si persuade che non può nulla da sé, e questo non la scoraggia ma la riempie di fiducia in Lui. Se vaga nei pensieri della terra, se si concentra nelle proprie croci, se si preoccupa del suo avvenire, se s'agita e si turba non si raccoglie nella preghiera, non vi si può raccogliere.

Innanzi a Gesù, solo che rinnovi la fede in Lui, si sente fuori della terra, sicura del soccorso di Dio, calma nell'attesa delle sue misericordie, e prega. O mio Gesù, orante in quest'Ostia di amore, insegnaci a raccoglierci ed a pregare, e non permettere mai che, avendoti con noi vivo e vero, passiamo la vita agitandoci e non sappiamo renderti testimonianza di fede, di fiducia filiale e di vero abbandono di amore.

Soffriamo, è vero, ma le sofferenze non sono per noi un tesoro? Non sei Tu vittima perenne per noi sull'Altare, e non c'insegni ad immolarci continuamente per amore? Se ci duole per es. un occhio, non è questo un segreto per guardarti di pi' Crocifisso? E se ci duole un piede, non è un segreto per star confitti con Te sulla Croce?

Oh, come la vita addolorata può diventare una vita di preghiera innanzi a Gesù Sacramentato, e come può mutarsi in perenne olocausto di amore! Mi offendono, e che importa? Sono forse da più del mio Re nascosto che raccoglie solo ingratitudini ed ingiurie nel SS. Sacramento? Mi riguardano come nulla, e che fa? Egli e totalmente nascosto ed annientato, e le mie umiliazioni mi uniscono a Lui, alla sua vita.

O mio Gesù Sacramentato, veramente solo nella tua orazione sul mistico monte dell'Altare, insegnaci a vivere della tua vita, ed a mutare tutta la nostra vita in una perenne orazione ed in un perenne olocausto!

 


Necessità della penitenza. Il fico infruttifero. Guarigione d'una donna rattrappita.


« Nello stesso tempo vennero alcuni a dargli nuova di quei Galilei, il sangue dei quali Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Ed Egli rispondendo disse loro: "Pensate voi che quei Galilei fossero peccatori più di tutti i Galilei perché hanno sofferto in tal modo? Vi dico di no ma se non farete penitenza, perirete tutti ugualmente. Come pure quei diciotto uomini sui quali cadde la torre di Siloe e li uccise, credete voi che anche questi fossero più rei di tutti gli altri abitanti di Gerusalemme? Vi dico di no, ma se non farete penitenza perirete tutti allo stesso modo».
E disse anche questa parabola: "Un uomo aveva un albero di fico piantato nella sua vigna, ed andò per cercarvi dei frutti e non ne trovò. Disse allora al vignaiolo: Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutto da questo fico e non ne trovo; taglialo dunque; perché occupa ancora il terreno? Ma quegli gli rispose e gli disse: «Signore, lascialo stare ancora per quest'anno, fino a tanto che io abbia scalzato la terra e vi abbia messo del concime; e se darà frutto, bene, se no, allora lo taglierai».

Quando Dio chiama bisogna rispondere se non si vuole essere recisi dalla vita come fico infruttuoso.

Mentre Gesù parlava al popolo, vennero alcuni a raccontargli di una strage compiuta da Pilato nell'atrio del Tempio per soffocare una ribellione di popolo, e propriamente di Galilei. Spesso avvenivano queste ribellioni in occasione di feste religiose e quindi di maggiore assembramento di popolo, e perciò i Romani avevano un presidio stabile nella fortezza Antonia per soffocarle a tempo nel sangue. La storia non ricorda la strage fatta da Pilato, la quale dovette essere una di quelle tante repressioni sanguinose comuni ai dominatori Romani; ma è evidente dal contesto che quelli che ne dettero annunzio a Gesù erano ancora sotto un'impressione di terrore.

Gesù Cristo non considerò la causa politica di quella strage, ma la causa morale, che era il maledetto peccato, e richiamò tutti alla penitenza. Le ribellioni non giovavano a nulla, quando la causa dell'oppressione straniera stava nell'infedeltà alla Legge di Dio; invece di ribellarsi era necessario riparare le colpe e conciliarsi la misericordia di Dio.

Forse alcuni di quelli che portarono la nuova della strage fatta da Pilato ebbero anche l'intenzione di provocarne una condanna da parte di Gesù, ed avere così occasione di accusarlo al governatore; ma il Redentore con la sua divina risposta non diede loro il pretesto di malignare, anzi li richiamò al dovere della penitenza per richiamarli alla responsabilità che essi avevano in quella pubblica calamità, ed in quella della rovina della torre di Siloe, che, secondo la tradizione, fu provocata dal medesimo Pilato

Le calamità pubbliche

Le parole di Gesù aprono un novello orizzonte al modo come debbono considerarsi le pubbliche calamita sociali, le guerre, le sopraffazioni e le tirannidi; le cause politiche o naturali che le determinano sono accidentali; la vera causa sta tutta nel peccato, ed essa produce tutto il suo effetto disastroso, quando non ha il contrappeso della riparazione e della penitenza. Qualunque altra valutazione delle pubbliche sventure è sbagliata. Anche le sventure private hanno questa dolorosa causa, e l'ha molto più la sventura delle sventure, ossia l'eterna perdizione, e perciò Gesù dice con parole generali: Se non farete tutti penitenza perirete tutti ugualmente.

Dolorosamente siamo tutti peccatori e tutti dobbiamo sentire il bisogno della riparazione; la penitenza dev'essere prima di tutto interiore, nel rinnegare i propri falsi apprezzamenti e nel riconoscere come nostra guida la Legge e la Volontà divina; dev'essere punizione della volontà e dei sensi ribelli, nella volontaria privazione di ciò che li alletta e li priva del freno, e dev'essere abbandono filiale e contrito all'infinita misericordia di Dio nel Sacramento della Penitenza.
Se non si orienta l'anima a Dio e non si sottopongono all'anima i sensi e le passioni, si cammina contro la divina Volontà, e si va in perdizione.

Le pubbliche calamità che affliggono le nazioni e le prove della vita sono, in fondo, le penitenze che il Signore stesso ci manda per salvarci. Le sventure pubbliche puniscono o purificano le nazioni peccatrici, e nel medesimo tempo sono per ciascun'anima una grande penitenza, forse la più grave e salutare, perché ineluttabile.

Si avvicina per es. una guerra, il flagello più terribile, massime oggi [don Dolindo scrive nel periodo fascista ndr.]; ecco che le città fanno la toletta funebre: oscurano le lampade, sgombrano i luoghi strategici, riducono al minimo la vita così detta civile e si militarizzano. Si sente nell'atmosfera stessa un'aria di tristezza, gemono le madri, gemono le spose, ed i giovani, per quanto lo dissimulino, hanno la morte alle spalle e capiscono che per loro può essere anche finita la vita.
Che cosa è tutto questo apparato di tristezza?
E’ la chiamata di Dio a penitenza, ed è la terribile ed ineluttabile espiazione delle colpe commesse. Se le anime ascoltano in tempo la voce di Dio e anticipano esse la penitenza, a somiglianza dei Niniviti, il flagello si arresta; se continuano nella via del peccato sono travolte dal turbine.

La vita a volte appare per molti un crudele destino; è un errore gravissimo. Ogni sventura ha il suo retroscena di peccato ed è sanabile con la penitenza. Dolorosamente le anime molte volte seguono il cammino opposto, rimangono nei loro peccati e li accrescono ribellandosi a Dio. Certi atteggiamenti disperati nel dolore sono blasfemi, ed aprono a satana interamente il varco nella nostra vita; allora non si trova più bene, si cade di abisso in abisso, e si può giungere fino all'estrema rovina temporale ed eterna. Quando vediamo perciò una tribolazione, pensiamo che è un avviso di Dio, esaminiamo le nostre colpe, eliminiamole con la Confessione e ripariamole con la penitenza; rimettiamoci sul cammino di Dio ed il Signore ci perdonerà anche nella vita presente, ridonandoci la prosperità e la pace.

La parabola del fico infruttuoso

A volte il Signore ci colpisce con una tribolazione e per le preghiere degli altri o della Chiesa l'arresta, aspettandoci ancora un poco misericordiosamente a penitenza. Non bisogna allora abusare della divina misericordia e credere che il flagello sia passato.

La parabola del fico infruttuoso è troppo eloquente per poterla pigliare alla leggera: il Signore cerca da noi il frutto di opere sante e, quando la nostra vita non lo produce, la stronca col flagello. Non basta allora una risoluzione fiacca e momentanea di emenda per poter evitare la rovina: bisogna mutarsi interamente e cominciare da capo a vivere cristianamente e santamente.

Certe abitudini, certi vizi, certe miserie occorre eliminarli radicalmente dall'anima, facendo appello alla grazia ed alla misericordia di Dio. Se non si fa così, la vita s'aggroviglia ogni giorno di più nelle tribolazioni e, diventando preda di satana, diventa infelicissima.

Quando annunziarono a Gesù la strage dei Galilei, Egli pensò certamente alla futura rovina di Gerusalemme ad opera dei Romani, e vide in quella strage, come nella rovina della torre di Siloe, un primo avviso di Dio al popolo ingrato. Quelle sue accorate parole: Se non farete penitenza PERIRETE TUTTI UGUALMENTE, avevano sulle sue labbra un significato più ampio d'un semplice appello alla penitenza individuale, ed Egli chiamava la nazione tutta alla rinnovazione con la minaccia dell'imminente rovina.

La parabola del fico infruttuoso completò il suo accorato appello al popolo ingrato: da tre anni Egli predicava la penitenza ed il regno di Dio ed invano aveva cercato dalla ingrata nazione il frutto di tanta misericordia. Non rimaneva altro al Signore che reciderla dal numero delle nazioni e mandarla in rovina; eppure Egli stesso pregava per ottenere almeno un differimento del gravissimo flagello; ma la nazione ne avrebbe profittato?

Dopo la morte di Gesù passarono ben quaranta anni di misericordiosa attesa prima che Gerusalemme fosse stata distrutta, ed il popolo non fece penitenza; quando, poi, venne il giorno del rendiconto, la giustizia fu inesorabile, non per vendetta, ma perché non c'era altro da fare; il fico aveva resistito alle ultime cure dell'agricoltore, e non poteva essere utilizzato che come legna da ardere.

Nelle nazioni e negli individui la storia d'Israele.

Dolorosamente la storia d'Israele si rinnova negl'individui e nelle nazioni, e possiamo dire che si rinnova sotto i nostri sguardi. Che cosa sono le voci di guerra che ci atterriscono senza che la guerra ancora scoppi? Prega il Papa, pregano le anime buone, e l'immane spaventosissimo flagello sembra come uragano che si allontana.
Ma dov'è la penitenza dei popoli?
Si può dire anzi che la vita diventa sempre più disordinata, e che si provochi ogni giorno di più lo sdegno di Dio. Di questo passo il flagello verrà, e tante nazioni tracotanti saranno dolorosamente ridotte in frantumi con gl'idoli che si sono eretti. Il flagello avrà il carattere di un uragano di ferro e di fuoco, e le nazioni che, confidando nella loro forza brutale si sono erette contro Dio e contro la Chiesa, saranno travolte come fuscelli innanzi al turbine del vento.

Ascoltiamo Dio che ci chiama, emendiamo la nostra vita, ripariamo le nostre colpe, e conciliamoci la divina Misericordia. Peccati mai più, mai più peccati; questo è il segreto della rinascita della nostra prosperità e di quella delle nazioni. Qualunque altra cautela ed iniziativa è illusione che conduce alla rovina spirituale e corporale.

Guarigione della donna che non poteva guardare in su, e rimprovero ai farisei che guardavano sempre in giù.

Insegnava Gesù in una Sinagoga in giorno di sabato, parlando del regno di Dio. Il Sacro Testo non ci dice esplicitamente che cosa insegnasse, ma nelle Sinagoghe Egli gettava, per così dire, il granello nuovo nel campo vecchio, ed il fermento nella massa, per eliminare ciò che era passato e sollevare al Cielo le anime.

Mentre Egli parlava, si presentò nell’adunanza una donna, rattrappita e curva per possessione diabolica, la quale non poteva guardare all'insù, tanto era incurvata verso la terra. Era un'immagine viva dello stato del popolo ebreo e dell'intero genere umano, che, curvo per il peccato sotto il peso della schiavitù di satana, non poteva guardare al Cielo ed era tutto rivolto alle cose della terra.

La povera donna venne nella Sinagoga non per essere curata ma per ascoltare la divina Parola; non domandò nulla a Gesù, ma fu Gesù stesso che chiamandola a Sé le disse che la guariva, ed imponendole le mani la raddrizzò immediatamente.
Satana che avvinceva quell'infelice, al tocco della carne vivificante di Gesù, non potette opporre resistenza, fuggì lasciandola libera nei centri nervosi che possedeva e subito il corpo si rimise nella sua posizione naturale. La donna si raddrizzò e cominciò a glorificare Dio. Era una scena bellissima che avrebbe dovuto commuovere profondamente il capo della Sinagoga, constatando da vicino un miracolo, ed invece lo indignò contro Gesù perché aveva operato quella guarigione in giorno di sabato.

Evidentemente nella sua mente non era passato neppure per lontano di essersi trovato innanzi ad un miracolo; prevenuto contro Gesù dall'invidia e dall'odio ormai tradizionale degli scribi e dei farisei, aveva creduto quella guarigione un fatto puramente naturale, e quindi l'aveva stimata una violazione del riposo del sabato.

Anche riguardandola così, non avrebbe avuto diritto di cavillare, giacche Gesù Cristo non aveva fatto nessun lavoro materiale, ma aveva solo imposto le mani sull'inferma; il capo della Sinagoga però non volle farsi sfuggire l'occasione di rimproverare Gesù, e, non osando farlo direttamente, si atteggiò innanzi al popolo a difensore della Legge di Dio, rimproverandola che venisse in giorno di sabato a farsi curare. Traspare dalle sue parole il livore dell'anima sua, contenuto in un'espressione apparentemente equilibrata e spassionata, giacchè egli non poteva ignorare che il curare un’infermità era un atto di misericordia e non un lavoro servile.

Gesù Cristo non rispose solo al capo della Sinagoga, ma a tutti i farisei che erano con lui, e con un argomento ad hominem mostrò la stoltezza del loro scandalo e la doppiezza dell'anima loro. Essi, infatti, ammettevano che era lecito, in giorno di sabato, sciogliere un animale dalla mangiatoia e condurlo a bere. Se si voleva cavillare, lo sciogliere materialmente un animale era un lavoro; eppure, secondo essi, era lecito per dargli sollievo. Come mai poteva essere lavoro il sanare una creatura legata da satana, e sanarla con una parola e con una semplice imposizione delle mani? L'argomento era troppo evidente, ed i farisei ne arrossirono, non potendo opporvi nulla, mentre il popolo si consolava per le cose meravigliose che operava Gesù.

La povera donna non poteva guardare in su materialmente, ed i farisei non lo potevano spiritualmente, perché avevano sempre gli sguardi rivolti alla terra; il Redentore col tocco delle mani sue divine raddrizzò la donna fisicamente e tentò di erigere i farisei spiritualmente; ma erano troppo orgogliosi e maligni, e non si levarono con lo sguardo a Dio ed al mirabile disegno della Redenzione. Stretti nella loro meschinità, rimanevano legati da satana, e credevano di poter intralciare il cammino del Redentore e delle divine misericordie che si effondevano già sulla terra.

Il regno di Dio

Perciò Gesù soggiunse che il regno di Dio era come un granello di senape che piantato cresce e si sviluppa, ed era come il lievito che posto nella massa la fermenta tutta. Lungi dall'essere soffocato dalla malignità degli uomini, sarebbe cresciuto sempre di più, e sarebbe stato il rifugio delle anime, come un albero è rifugio di vita agli uccelli; sarebbe stato fermento di una vita nuova che avrebbe rinnovato tutta l'umanità.

Oggi più che mai gli uomini sono curvati verso la terra, legati da satana dalla moderna civiltà tutta materia e materializzante, ed incapaci di guardare all'insù.

E’ uno stato veramente penoso questo incurvarsi di tutte le umane attività verso la terra, anche quando sembrano avere una apparenza di spiritualità, anzi forse assai più quando si rivestono della putrida spiritualità pagana. Solo Gesù può rialzarla al tocco delle sue santissime mani, e solo Gesù può riaprirle i santi orizzonti eterni.

I farisei si scandalizzavano che Gesù guarisse di sabato gl'infermi, e credevano poi perfettamente lecito curare in quel giorno le bestie, perché era loro interesse il conservarle. Anch'essi avevano in certo modo una zoofilia opposta alla vera carità, come si vede nella moderna civiltà. Si promuovono con ardore le società di protezione animale, e non si dubita nel medesimo tempo d'inventare i mezzi più raffinati di distruzione per nuocere agli uomini nelle guerre; si provvede tante volte alle bestie con ricercatezza folle, a scapito dei poveri, o si provvede al benessere corporale danneggiando quello spirituale col libertinaggio e la corruzione.

E’ vera ipocrisia della peggiore risma il preoccuparsi della profilassi corporale ed il favorire o l'incoraggiare la corruzione spirituale; è ipocrisia pretendere di fare leggi di restrizione per il lezzo d'un letamaio, ed il dover fare leggi di libertà per un letamaio morale. Il Signore nella sua misericordia ci stenda la mano e ci faccia novellamente elevare la testa, il cuore, l'anima verso Dio, perché possiamo vivere da figli suoi veramente, e non abbrutirci al livello delle bestie!